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1-47 MACHIAVELLI [Gli uomini, come che s'ingannino ne' generali, nei particulari non s'ingannono.]
Essendosi il Popolo romano, come di sopra si disse, recato a noia il nome consolare, e volendo che potessono essere fatti Consoli uomini plebei, o che fusse diminuita la loro autorità; la Nobilità, per non maculare l'autorità consolare né con l'una né con l'altra cosa, prese una via di mezzo, e fu contenta che si creassi quattro Tribuni con potestà consolare, i quali potessono essere così plebei come nobili. Fu contenta a questo la plebe, parendole spegnere il Consolato, ed avere in questo sommo grado la parte sua. Nacquene di questo uno caso notabile: che, venendosi alla creazione di questi Tribuni, e potendosi creare tutti plebei, furono dal Popolo romano creati tutti nobili. Onde Tito Livio dice queste parole: "Quorum comitiorum eventus docuit, alios animos in contentione libertatis et honoris, alios secundum deposita certamina in incorrupto iudicio esse". Ed esaminando donde possa procedere questo, credo proceda che gli uomini nelle cose generali s'ingannono assai, nelle particulari non tanto. Pareva generalmente alla Plebe romana di meritare il Consolato, per avere più parte in la città, per portare più pericolo nelle guerre, per essere quella che con le braccia sue manteneva Roma libera, e la faceva potente. E parendogli, come è detto, questo suo desiderio ragionevole, volse ottenere questa autorità in ogni modo. Ma come la ebbe a fare giudicio degli uomini suoi particularmente, conobbe la debolezza di quegli, e giudicò che nessuno di loro meritasse quello che tutta insieme gli pareva meritare. Talché, vergognatasi di loro, ricorse a quegli che lo meritavano. Della quale diliberazione maravigliandosi meritamente Tito Livio, dice queste parole: "Hanc modestiam aequitatemque et altitudinem animi, ubi nunc in uno inveneris, quae tunc populi universi fuit?". In confirmazione di questo, se ne può addurre un altro notabile esemplo, seguito in Capova da poi che Annibale ebbe rotti i Romani a Canne. Per la quale rotta sendo tutta sollevata Italia, Capova ancora stava per tumultuare, per l'odio che era intra 'l popolo ed il Senato: e trovandosi in quel tempo nel supremo magistrato Pacuvio Calano, e conoscendo il pericolo che portava quella città di tumultuare, disegnò con suo grado riconciliare la Plebe con la Nobilità; e fatto questo pensiero, fece ragunare il Senato, e narrò loro l'odio che il popolo aveva contro di loro, ed i pericoli che portavano di essere ammazzati da quello, e data la città a Annibale, sendo le cose de' Romani afflitte: dipoi soggiunse che, se volevano lasciare governare questa cosa a lui, farebbe in modo che si unirebbono insieme; ma gli voleva serrare dentro al palagio, e, col fare potestà al popolo di potergli gastigare, salvargli. Cederono a questa sua opinione i Senatori; e quello chiamò il popolo a concione, avendo rinchiuso in palagio il Senato; e disse com'egli era venuto il tempo che potevano domare la superbia della Nobilità, e vendicarsi delle ingiurie ricevute da quella, avendogli rinchiusi tutti sotto la sua custodia: ma perché credeva che loro non volessono che la loro città rimanessi sanza governo, era necessario, volendo ammazzare i Senatori vecchi, crearne de' nuovi: e per tanto aveva messo tutti i nomi de' Senatori in una borsa, e comincerebbe a tragli in loro presenza; e gli farebbe, i tratti, di mano in mano morire, come prima loro avessono trovato il successore. E cominciato a trarne uno, fu al nome di quello levato uno romore grandissimo, chiamandolo uomo superbo, crudele ed arrogante: e chiedendo Pacuvio che facessono lo scambio, si racchetò tutta la concione; e dopo alquanto spazio, fu nominato uno della plebe; al nome del quale chi cominciò a fischiare, chi a ridere, chi a dirne male in uno modo, e chi in uno altro. E così seguitando di mano in mano, tutti quegli che furono nominati, gli giudicavano indegni del grado senatorio. Di modo che Pacuvio, preso sopra questo occasione, disse: Poiché voi giudicate che questa città stia male sanza il Senato, e, a fare gli scambi a' Senatori vecchi non vi accordate, io penso che sia bene che voi vi riconciliate insieme; perché questa paura in la quale i Senatori sono stati, gli arà fatti in modo raumiliare che quella umanità che voi cercavi altrove, troverrete in loro. Ed accordatisi a questo, ne seguì la unione di questo ordine; e quello inganno in che egli erano si scoperse, come e' furno costretti venire a' particulari. Ingannonsi, oltra di questo, i popoli generalmente nel giudicare le cose e gli accidenti di esse; le quali, dipoi si conoscono particularmente, mancano di tale inganno. Dopo il 1494, sendo stati i principi della città cacciati da Firenze, e non vi essendo alcuno governo ordinato, ma più tosto una certa licenza ambiziosa, ed andando le cose publiche di male in peggio; molti popolari, veggendo la rovina della città, e non ne intendendo altra cagione, ne accusavano la ambizione di qualche potente che nutrisse i disordini, per potere fare uno stato a suo proposito, e tôrre loro la libertà; e stavano questi tali per le logge e per le piazze, dicendo male di molti cittadini, minacciandogli che, se mai si trovassino de' Signori, scoprirebbero questo loro inganno, e gli gastigarebbero. Occorreva spesso che di simili ne ascendeva al supremo magistrato; e come egli era salito in quel luogo, e che vedeva le cose più da presso, conosceva i disordini donde nascevano, ed i pericoli che soprastavano, e la difficultà del rimediarvi. E veduto come i tempi, e non gli uomini, causavano il disordine, diventava subito d'un altro animo, e d'un'altra fatta; perché la cognizione delle cose particulari gli toglieva via quello inganno che nel considerarle generalmente si aveva presupposto. Dimodoché, quelli che lo avevano prima, quando era privato, sentito parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato stare quieto, credevono che nascessi, non per più vera cognizione delle cose, ma perché fusse stato aggirato e corrotto dai grandi. Ed accadendo questo a molti uomini, e molte volte, ne nacque tra loro uno proverbio che diceva: Costoro hanno uno animo in piazza, ed uno in palazzo. Considerando, dunque, tutto quello si è discorso, si vede come e' si può fare tosto aprire gli occhi a' popoli, trovando modo, veggendo che uno generale gl'inganna, ch'egli abbino a discendere a' particulari; come fece Pacuvio in Capova, ed il Senato in Roma. Credo ancora, che si possa conchiudere, che mai un uomo prudente non debba fuggire il giudicio populare nelle cose particulari, circa le distribuzioni de' gradi e delle dignità: perché solo in questo il popolo non s'inganna; e se s'inganna qualche volta, fia sì rado, che s'inganneranno più volte i pochi uomini che avessono a fare simili distribuzioni. Né mi pare superfluo mostrare, nel seguente capitolo, l'ordine che teneva il Senato per ingannare il popolo nelle distribuzioni sue. |
1-47 GUICCIARDINI [Gli uomini, come che s'ingannino ne' generali, nei particulari non s'ingannono.]
Quello che dice el Discorso, che piú facilmente gli uomini si ingannano ne' generali che ne' particulari, si può dire in uno altro modo, che la esperienzia sganna molte volte gli uomini di quello che s'hanno immaginato innanzi mettino mano nella piaga; perché non è maraviglia che chi non sapeva e' particulari delle cose, muti sentenzia quando poi gli ha saputi e veduti in viso; ed a questo tende lo esemplo de' fiorentini, e' quali non avendo nelle piazze quella notizia, né vedendo quegli avisi che poi vedevano in palazzo, erano facilmente di opinione diversa dalla veritá. Si può anche nello esemplo de' romani considerare, che al popolo pareva cosa indegna e vituperosa che generalmente tutti fussino incapaci degli onori, e che parendogli avere acquistato assai a conseguire di potere essere abili al magistrato di potestá consulare, restassino in parte sfogati e si astenessino da eleggere e' non idonei, come quelli che non avessino combattuto per la ambizione particulare di ascendere a quello grado, ma solo per levarsi quella infamia che la plebe tutta fussi proibita dalle legge di participare degli onori; e però bene dice Livio: contenta eo quod sui ratio habita esset. L'altra conclusione del Discorso, che manco si inganni el popolo nella distribuzione degli onori e de' magistrati che nell'altre cose, credo sia vera, e la ragione è in pronto, perché è materia che piú facilmente si cognosce; ed in questo caso el giudicio del popolo è fondato non in sulla notizia che abbia per sé stesso del valore di uno cittadino, ma in su quella opinione universale che nasce dalla lunghezza del tempo e dalla esperienzia che n'hanno avuto questo e quello particulare. Non accetto giá che in questo el popolo non si inganni, o almanco piú rare volte che non fanno e' pochi, perché el popolo si governa in questo giudicio non con la notizia particulare, ma con le opinione universale, né esamina o distingue sottilmente, in modo che si inganna spesso, massime in quelle elezione delle quali pochi sono capaci; crede a' romori falsi, muovesi per fondamenti leggieri, ed in effetto quanto alla ignoranzia è molto piú pericoloso che el giudicio di pochi. |