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1-4 MACHIAVELLI [Che la disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente quella republica.]
Io non voglio mancare di discorrere sopra questi tumulti che furono in Roma dalla morte de' Tarquinii alla creazione de' Tribuni; e di poi alcune cose contro la opinione di molti che dicono, Roma essere stata una republica tumultuaria, e piena di tanta confusione che, se la buona fortuna e la virtù militare non avesse sopperito a' loro difetti, sarebbe stata inferiore a ogni altra republica. Io non posso negare che la fortuna e la milizia non fossero cagioni dell'imperio romano; ma e' mi pare bene, che costoro non si avegghino, che, dove è buona milizia, conviene che sia buono ordine, e rade volte anco occorre che non vi sia buona fortuna. Ma vegnamo agli altri particulari di quella città. Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe, mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma; e che considerino più a' romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano, che a' buoni effetti che quelli partorivano; e che e' non considerino come e' sono in ogni republica due umori diversi, quello del popolo, e quello de' grandi; e come tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere seguito in Roma; perché da' Tarquinii ai Gracchi, che furano più di trecento anni, i tumulti di Roma rade volte partorivano esilio e radissime sangue. Né si possano per tanto, giudicare questi tomulti nocivi, né una republica divisa, che in tanto tempo per le sue differenzie non mandò in esilio più che otto o dieci cittadini, e ne ammazzò pochissimi, e non molti ancora ne condannò in danari. Né si può chiamare in alcun modo con ragione una republica inordinata, dove siano tanti esempli di virtù; perché li buoni esempli nascano dalla buona educazione, la buona educazione, dalle buone leggi; e le buone leggi, da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano: perché, chi esaminerà bene il fine d'essi, non troverrà ch'egli abbiano partorito alcuno esilio o violenza in disfavore del commune bene, ma leggi e ordini in beneficio della publica libertà. E se alcuno dicessi: i modi erano straordinarii, e quasi efferati, vedere il popolo insieme gridare contro al Senato, il Senato contro al Popolo, correre tumultuariamente per le strade, serrare le botteghe, partirsi tutta la plebe di Roma, le quali cose tutte spaventano, non che altro, chi le legge; dico come ogni città debbe avere i suoi modi con i quali il popolo possa sfogare l'ambizione sua, e massime quelle città che nelle cose importanti si vogliono valere del popolo: intra le quali, la città di Roma aveva questo modo, che, quando il popolo voleva ottenere una legge, o e' faceva alcuna delle predette cose, o e' non voleva dare il nome per andare alla guerra, tanto che a placarlo bisognava in qualche parte sodisfarli. E i desiderii de' popoli liberi rade volte sono perniziosi alla libertà, perché e' nascono, o da essere oppressi, o da suspizione di avere ad essere oppressi. E quando queste opinioni fossero false e' vi è il rimedio delle concioni, che surga qualche uomo da bene, che, orando, dimostri loro come ei s'ingannano: e li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti, sono capaci della verità, e facilmente cedano, quando da uomo degno di fede è detto loro il vero. Debbesi, adunque, più parcamente biasimare il governo romano; e considerare che tanti buoni effetti, quanti uscivano di quella republica, non erano causati se non da ottime cagioni. E se i tumulti furano cagione della creazione de' Tribuni, meritano somma laude, perché, oltre al dare la parte sua all'amministrazione popolare, furano constituiti per guardia della libertà romana, come nel seguente capitolo si mosterrà. |
1-4 GUICCIARDINI [Che la disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente quella republica.]
Io ho altra volta scritto piú largamente, però ora me ne passerò con brevitá; ma dico in conclusione che la causa delle disunione di Roma tra patrizi e plebei fu dallo essere divisi gli ordini della cittá, cioè che una parte fussino patrizi, l'altra plebei, e che tutti e' magistrati fussino de' patrizi, esclusa la plebe, e tolta a' plebei ogni speranza di potergli conseguire. Ché se da principio o non fussi stata questa distinzione tra patrizi e plebei, o se almanco si fussi data la metá degli onori alla plebe, come si fece poi, non nascevano quelle divisione, le quali non possono essere laudabile, né si può negare che non fussino dannose, se bene forse in qualche altra republica manco virtuosa arebbono fatto piú nocumento; non arebbe la plebe desiderato la creazione de' tribuni, né sarebbe stato necessario quello magistrato, perché communicati gli onori, era communicata la potenzia, né piú pericolo arebbe portato la libertá da' patrizi che da' plebei. Ed è certo che communicati che furono gli onori, quello magistrato fu forse di piú danno che di utile, ed almanco negli ultimi tempi fu instrumento e colore a chi volle turbare la republica; e massime non si può a giudicio mio laudare in loro né la autoritá di proporre nuove legge né di intercedere. Non fu adunche la disunione tra la plebe ed el senato che facessi Roma libera e potente, perché meglio sarebbe stato se non vi fussino state le cagione della disunione; né furono utile queste sedizione, ma bene manco dannose che non sono state in molte altre cittá, e molto utile alla grandezza sua che e' patrizi piú presto cedessino alla voluntá della plebe, che entrassino in pensare modo di non avere bisogno della plebe; ma laudare le disunione è come laudare in uno infermo la infermitá, per la bontá del remedio che gli è stato applicato. Questo disordine fu dalla origine di Roma, perché nel principio suo vi fu la distinzione tra patrizi e plebei; ma sotto e' re non noceva, perché essendo la autoritá ne' re, non poteva el senato per sé medesimo opprimere le plebe; e quello che non faceva el senato di pensare a' commodi, lo facevano e' re, etiam qualche volta piú ambiziosamente che non si doveva, come si legge di Servio Tullio, ed usavano ancora di eleggere talvolta de' plebei ne' patrizi, che faceva che gli altri tolleravano piú facilmente quello grado al quale ancora loro speravano potere pervenire. Le quali ragione tutte cessorono quando e' re furono cacciati, perché e' patrizi diventorono padroni della cittá ed arbitri di ogni cosa: non aveva la plebe a chi fuggire, né chi pensassi a' commodi suoi; né e' capi della plebe piú speranza di essere eletti ne' patrizi, perché da loro erano fastiditi come ignobili, e piú presto eletti e' forestieri, come fu Appio Claudio. Né fu avvertito questo disordine nel cacciare e' re, pensando piú gli uomini al male presente, che era quello de' re, e perché chi non ha perizia grande delle cose publiche non le cognosce se non per esperienzia; però rare volte, o forse non mai, è accaduto che una republica abbia avuto da principio la sua ordinazione perfetta. Fu adunche utile el rimedio che si pose alle sedizione, ma non giá utile el non levare da principio le cause che poi le feciono nascere. Quanto alle altre parte del governo romano, dico quanto a quelli ordini che risguardano la forma del governo della republica, non voglio ora discorrere particularmente; ma non credo fussino tali, che chi avessi a ordinare una republica, gli dovessi pigliare per esemplo. Fu eccellentissima la disciplina militare, e la virtú sua sostenne tutti gli altri difetti del governo, e' quali importano manco in una cittá che si regge in sulle arme, che in quelle che si governano con la industria, con le girandole e con le arte della pace. |