1-16 MACHIAVELLI

[Uno popolo, uso a vivere sotto uno principe, se per qualche accidente diventa libero, con difficultá mantiene la libertá.]

 

Quanta difficultà sia a uno popolo, uso a vivere sotto uno principe, perservare dipoi la libertà, se per alcuno accidente l'acquista, come l'acquistò Roma dopo la cacciata de' Tarquinii, lo dimostrono infiniti esempli che si leggono nelle memorie delle antiche istorie. E tale difficultà è ragionevole; perché quel popolo è non altrimenti che un animale bruto, il quale, ancora che di natura feroce e silvestre, sia stato nutrito sempre in carcere ed in servitù; che dipoi lasciato a sorte in una campagna libero, non essendo uso a pascersi, né sappiendo i luoghi dove si abbia a rifuggire, diventa preda del primo che cerca rincatenarlo. Questo medesimo interviene a uno popolo, il quale, sendo uso a vivere sotto i governi d'altri, non sappiendo ragionare né delle difese o offese pubbliche, non conoscendo i principi né essendo conosciuto da loro, ritorna presto sotto uno giogo, il quale il più delle volte è più grave che quello che, poco inanzi, si aveva levato d'in sul collo: e trovasi in queste difficultà, quantunque che la materia non sia corrotta. Perché un popolo dove in tutto è entrata la corruzione, non può, non che piccol tempo, ma punto vivere libero come di sotto si discorrerà: e però i ragionamenti nostri sono di quelli popoli dove la corruzione non sia ampliata assai, e dove sia più del buono che del guasto. Aggiungesi alla soprascritta un'altra difficultà, la quale è, che lo stato che diventa libero si fa partigiani inimici, e non partigiani amici. Partigiani inimici gli diventono tutti coloro che dello stato tirannico si prevalevono, pascendosi delle ricchezze del principe; a' quali sendo tolta la facultà del valersi, non possono vivere contenti, e sono forzati ciascuno di tentare di ripigliare la tirannide, per ritornare nell'autorità loro. Non si acquista, come ho detto, partigiani amici; perché il vivere libero prepone onori e premii, mediante alcune oneste e determinate cagioni, e fuora di quelle non premia né onora alcuno, e quando uno ha quegli onori e quegli utili che gli pare meritare, non confessa avere obligo con coloro che lo rimunerano. Oltre a di questo, quella comune utilità che del vivere libero si trae, non è da alcuno, mentre che ella si possiede conosciuta: la quale è di potere godere liberamente le cose sue sanza alcuno sospetto, non dubitare dell'onore delle donne, di quel de' figliuoli, non temere di sé; perché nessuno confesserà mai avere obligo con uno che non l'offenda. Però, come di sopra si dice, viene ad avere, lo stato libero e che di nuovo surge, partigiani inimici, e non partigiani amici. E volendo rimediare a questi inconvenienti, e a quegli disordini che le soprascritte difficultà arrecherebbono seco, non ci è più potente rimedio, né più valido né più sicuro né più necessario, che ammazzare i figliuoli di Bruto: i quali, come la istoria mostra, non furono indotti, insieme con altri giovani romani, a congiurare contro alla patria per altro, se non perché non si potevono valere straordinariamente sotto i consoli come sotto i re; in modo che la libertà di quel popolo pareva che fosse diventata la loro servitù. E chi prende a governare una moltitudine, o per via di libertà o per via di principato, e non si assicura di coloro che a quell'ordine nuovo sono inimici, fa uno stato di poca vita. Vero è che io giudico infelici quelli principi che, per assicurare lo stato loro hanno a tenere vie straordinarie, avendo per nimici la moltitudine: perché quello che ha per nimici i pochi, facilmente e sanza molti scandoli, si assicura, ma chi ha per nimico l'universale non si assicura mai, e quanta più crudeltà usa tanto più debole diventa il suo principato. Talché il maggiore rimedio che ci abbia, è cercare di farsi il popolo amico. E benché questo discorso sia disforme dal soprascritto, parlando qui d'uno principe e quivi d'una republica; nondimeno, per non avere a tornare più in su questa materia, ne voglio parlare brevemente. Volendo, pertanto, uno principe guadagnarsi uno popolo che gli fosse inimico, parlando di quelli principi che sono diventati della loro patria tiranni, dico ch'ei debbe esaminare prima quello che il popolo desidera, e troverrà sempre che desidera due cose: l'una, vendicarsi contro a coloro che sono cagione che sia servo; l'altra, di riavere la sua libertà. Al primo desiderio il principe può sodisfare in tutto, al secondo in parte. Quanto al primo, ce n'è lo esemplo appunto. Clearco, tiranno di Eraclea, sendo in esilio, occorse che, per controversia venuta intra il popolo e gli ottimati di Eraclea, che, veggendosi gli ottimati inferiori, si volsono a favorire Clearco e congiuratisi seco lo missono, contro alla disposizione popolare, in Eraclea e tolsono la libertà al popolo. In modo che, trovandosi Clearco intra la insolenzia degli ottimati, i quali non poteva in alcuno modo né contentare né correggere, e la rabbia de' popolari, che non potevano sopportare lo avere perduta la libertà, diliberò a un tratto liberarsi dal fastidio de' grandi, e guadagnarsi il popolo. E presa, sopr'a questo, conveniente occasione, tagliò a pezzi tutti gli ottimati, con una estrema sodisfazione de' popolari. E così egli per questa via sodisfece a una delle voglie che hanno i popoli, cioè di vendicarsi. Ma quanto all'altro popolare desiderio, di riavere la sua libertà, non potendo il principe sodisfargli, debbe esaminare quali cagioni sono quelle che gli fanno desiderare d'essere liberi; e troverrà che una piccola parte di loro desidera di essere libera per comandare; ma tutti gli altri, che sono infiniti, desiderano la libertà per vivere sicuri. Perché in tutte le republiche, in qualunque modo ordinate, ai gradi del comandare non aggiungono mai quaranta o cinquanta cittadini: e perché questo è piccolo numero, è facil cosa assicurarsene, o con levargli via, o con fare loro parte di tanti onori, che, secondo le condizioni loro, e' si abbino in buona parte a contentare. Quelli altri, ai quali basta vivere sicuri, si sodisfanno facilmente, faccendo ordini e leggi, dove insieme con la potenza sua si comprenda la sicurtà universale. E quando uno principe faccia questo, e che il popolo vegga che, per accidente nessuno, ei non rompa tali leggi, comincerà in breve tempo a vivere sicuro e contento. In esemplo ci è il regno di Francia, il quale non vive sicuro per altro che per essersi quelli re obligati a infinite leggi, nelle quali si comprende la sicurtà di tutti i suoi popoli. E chi ordinò quello stato, volle che quelli re, dell'armi e del danaio facessero a loro modo, ma che d'ogni altra cosa non ne potessono altrimenti disporre che le leggi si ordinassero. Quello principe, adunque, o quella republica che non si assicura nel principio dello stato suo, conviene che si assicuri nella prima occasione, come fecero i Romani. Chi lascia passare quella, si pente tardi di non avere fatto quello che doveva fare. Sendo, pertanto, il popolo romano ancora non corrotto quando ei ricuperò la libertà, potette mantenerla, morti i figliuoli di Bruto e spenti i Tarquinii, con tutti quelli modi ed ordini che altra volta si sono discorsi. Ma se fusse stato quel popolo corrotto, né in Roma né altrove si truova rimedi validi a mantenerla; come nel seguente capitolo mosterreno.

1-16 GUICCIARDINI

Uno popolo, uso a vivere sotto uno principe, se per qualche accidente diventa libero, con difficultá mantiene la libertá.]

 

Io fo in questo Discorso grandissima differenzia da uno popolo che non abbia mai cognosciuto libertá, a uno popolo che qualche volta sia stato libero, ma per qualche accidente abbia perduto la libertá; perché in questo caso si possono ripigliare piú facilmente gli ordini della libertá, vivendo ancora chi l'ha veduta e restando molte memorie della antica republica. È ancora piú acceso nel petto degli uomini el desiderio della libertá avendo provato e' mali della tirannide, e tanto piú se non è caduta loro in mano per essere mancata la linea de' tiranni, ma perché sospinti dalla acerbitá della servitú, l'abbino recuperata con le arme. Costoro ed amano piú la libertá che quello popolo che non l'ha mai cognosciuta, e sono piú facili a ripigliare gli ordini delle republiche; ed anche la materia è piú disposta, perché in una cittá che sempre abbia avuto principato è grande inequalitá da uno cittadino all'altro, che è tutto contrario alle libertá sotto le quale sono gli uomini assai equali. Ma sotto el principato alcuni sono grandissimi, altri piccoli, perché el principe o per bisogno o per conformitá di animo ha uno cerchio di uomini che si accostano quasi piú al principe che al privato. È adunche questa inequalitá molto disproporzionata alla libertá in uno popolo che sempre abbia avuto principato, la quale non può essere in una cittá che non sia stata in molto lunghissima servitú; perché communemente chi occupa le libertá, per disperare manco el popolo, per violentare manco le cose, ritiene quanto può la immagine della libertá, e secondo la superficie delle cose, si ingegna governare la tirannide a uso di republica, e però non si spegne al tutto la equalitá de' cittadini. Né mi siano allegati in contrario e' romani che si accommodorono bene alla libertá ancora che mai non l'avessino cognosciuta, perché dal transferire la potestá de' re a' consuli in fuora, non mutorono niente degli ordini che erano sotto e' re; e' quali se furono buoni, non nacque tanto da prudenzia loro, quanto da buona fortuna, da essere stati gli ordini del regno tali che servirono anche alla libertá; e la creazione de' consuli si crede non fussi invenzione loro ma imparata de' commentari di Servio Tullio. Mostrasi questo essere vero, perché gli altri ordini che furono necessari alla conservazione della libertá ed alla quiete della cittá, ma gli feciono in progresso di tempo stretti dalla necessitá ed ammaestrati dalla esperienzia. Né mancò a' romani quell'altro aculeo a desiderare la libertá, cioè l'avere provato le ingiurie della tirannide, perché non occasione o altro accidente gli mosse, che l'avere sentito sotto Tarquinio acerbissima servitú. Ed è anche minore maraviglia che fussino inclinati alla libertá, perché in quelli tempi quasi tutti e' popoli vicini erano liberi; e' quali esempli muovono ed infiammano gli uomini assai. È adunche difficile conservare una libertá acquistata di nuovo, e molto piú difficile a uno popolo stato in continua servitú, che a quello che qualche volta è stato libero; né ci è el migliore remedio a poterla conservare, che ordinare uno governo in modo temperato, che da uno canto abbia vivacitá a opprimere chi machinassi contro alla libertá, da altro sia sicuro per quelli che vogliono vivere bene, e non inclinato a battere e' ricchi e potenti quando non ne diano causa, e facile a ricevere quelli cittadini che sono stati amici della tirannide, quando o e' portamenti loro o le condizione che hanno, diano speranza che non abbino a essere inimici della libertá. Perché accade molte volte, e n'abbiamo visto la esperienzia in Firenze, che quando el governo che succede alla tirannide è ragionevole, bene ordinato e sicuro per ognuno, che quelli che hanno potuto co' tiranni vi si contentano drento, massime in quelle cittá che hanno naturale lo appetito della libertá; perché trovandosi buone facultá come ha el piú delle volte chi è stato favorito, ed avendo forse piú d'apresso che gli altri cognosciuto e' fastidi della servitú, volentieri, quando truovano sicurtá e condizione equale agli altri cittadini, si riposano e godono el suo. E lo assicurare gli uomini di questa sorte, pacifica ed unisce la cittá; dove l'avergli a sospetto ed el travagliargli non la lasciano riposare, né se si tengono drento né se si cacciano fuora. Sia adunche ordinata in modo la republica che abbia prontezza a punire chi machina contro allo stato, ed in questo sia rigida ed inesorabile, ripigliando per peccati gravissimi etiam quelli che paino leggieri; ma non perseguiti alcuno per semplice sospetto, né abbia per sospetti tanto quelli che hanno avuto condizione sotto el tiranno, quanto gli uomini che sono di natura inquieti, quelli che sono caduti in povertá, o che sono di qualitá che non possono sperare condizione se non sotto el tiranno. Guardisi sopra tutto che nella cittá non nasca divisione, le quali nascono ogni volta che el governo non è bene ordinato, perché nelle divisione quella parte che può manco, si gettano al tiranno ancora che fussino stati inimici suoi. Queste furono le cagione che feciono rimettere e' Medici in Firenze nel '12, non dagli antichi amici loro, ma da molti che erano stati inimici; ed el perseguitare doppo el '26 acerbamente sanza distinzione quelli che erano stati amici loro, hanno fatto desiderare da molti la ritornata loro, che altrimenti l'arebbono aborrita non manco che gli altri. Non desideri la nuova libertá che vi sia figliuoli di Bruto, cioè chi machini contro allo stato, per avere causa di acquistare riputazione e terrore con la severitá, perché se bene in simili casi è necessario mettere mano nel sangue, sarebbe stato meglio non avere avuto necessitá, e che Bruto non avessi figliuoli, che averne per averli amazzare. Né abbi in concetto de' figliuoli di Bruto altri che quelli che sono inquieti per natura, rapaci, e che non hanno qualitá d'avere luogo nella libertá, perché questi sono quelli che sono pericolosi, non coloro che, accommodati di facultá e di qualitá, possono sperare di sentire e' frutti della libertá insieme cogli altri. Quanto a uno principe che abbia inimico el popolo, poi che questo anche è tócco nel Discorso, dico che se gli è inimico per le oppressione ed acerbitá della servitú, è facile a provedergli, levando via le ingiurie e governando giustamente ed umanamente; ma se la radice della inimicizia è el desiderio della libertá, come abbiamo visto nel nostro di Firenze, che desiderava essere libero per participare degli onori, per avere mano nel governo, allora nessuna dolcezza, nessuna mansuetudine, nessuno buono trattamento del tiranno è atto a eradicare questo desiderio, né mai el tiranno con tutti e' buoni trattamenti se ne può fidare. È bene vero che quando gli uomini oltre ad essere privati della libertá sono anche male trattati, vengono in disperazione, e chi è disperato non aspetta le occasione, ma le cerca, e per liberarsi si mette a ogni pericolo; dove coloro che non hanno altro tormento che el desiderio della libertá, non si precipitano ma aspettano le occasione; le quali quando vengono, non giova al tiranno essersi portato bene ed avere governato dolcemente, ed avere fatto come Clearco; del quale è puerile credere che amazzassi gli ottimati per satisfare al popolo, perché se fussino stati amici suoi arebbe fatto poco guadagno, ma che avendoli sospetti e volendoli opprimere dessi colore di farlo per compiacere al popolo. El remedio adunche che ha el principe, è, o farsi partigiani di qualitá che siano potenti a opprimere el popolo, overo col battere ed annichillare el popolo di sorte che non possa muoversi, introducere nuovi abitatori e di qualitá che non abbino a avere causa di desiderare la libertá.

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