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1-10 MACHIAVELLI [Quanto sono laudabili i fondatori d'una republica o d'uno regno, tanto quelli d'una tirannide sono vituperabili.]
Intra tutti gli uomini laudati sono i laudatissimi quelli che sono stati capi e ordinatori delle religioni. Appresso, dipoi, quelli che hanno fondato o republiche o regni. Dopo a costoro, sono celebri quelli che, preposti agli eserciti, hanno ampliato o il regno loro o quello della patria. A questi si aggiungono gli uomini litterati. E perché questi sono di più ragioni, sono celebrati, ciascuno d'essi, secondo il grado suo. A qualunque altro uomo, il numero de' quali è infinito, si attribuisce qualche parte di laude, la quale gli arreca l'arte e lo esercizio suo. Sono pel contrario, infami e detestabili gli uomini distruttori delle religioni, dissipatori de' regni e delle republiche, inimici delle virtù, delle lettere, e d'ogni altra arte che arrechi utilità e onore alla umana generazione; come sono gl'impii, i violenti, gl'ignoranti, i dappochi, gli oziosi, i vili. E nessuno sarà mai sì pazzo o sì savio, sì tristo o sì buono, che, prepostagli la elezione delle due qualità d'uomini, non laudi quella che è da laudare, e biasimi quella che è da biasimare: nientedimeno, dipoi, quasi tutti, ingannati da uno falso bene e da una falsa gloria, si lasciono andare, o voluntariamente o ignorantemente, nei gradi di coloro che meritano più biasimo che laude; e potendo fare, con perpetuo loro onore, o una republica o uno regno, si volgono alla tirannide: né si avveggono per questo partito quanta fama, quanta gloria, quanto onore, sicurtà, quiete, con sodisfazione d'animo, ei fuggono; e in quanta infamia, vituperio, biasimo, pericolo e inquietudine, incorrono. Ed è impossibile che quelli che in stato privato vivono in una republica, o che per fortuna o per virtù ne diventono principi, se leggessono le istorie, e delle memorie delle antiche cose facessono capitale, che non volessero quelli tali privati vivere nella loro patria più tosto Scipioni che Cesari; e quelli che sono principi, più tosto Agesilai, Timoleoni, Dioni, che Nabidi, Falari e Dionisii: perché vedrebbono questi essere sommamente vituperati, e quelli eccessivamente laudati. Vedrebbero ancora come Timoleone e gli altri non ebbono nella patria loro meno autorità che si avessono Dionisio e Falari, ma vedrebbono di lunga avervi avuta più sicurtà. Né sia alcuno che s'inganni, per la gloria di Cesare, sentendolo, massime, celebrare dagli scrittori: perché quegli che lo laudano, sono corrotti dalla fortuna sua, e spauriti dalla lunghezza dello imperio, il quale, reggendosi sotto quel nome, non permetteva che gli scrittori parlassono liberamente di lui. Ma chi vuole conoscere quello che gli scrittori liberi ne direbbono, vegga quello che dicono di Catilina. E tanto è più biasimevole Cesare, quanto più è da biasimare quello che ha fatto, che quello che ha voluto fare un male. Vegga ancora con quante laude ei celebrano Bruto; talché, non potendo biasimare quello, per la sua potenza, ei celebravano il nimico suo. Consideri ancora quello che è diventato principe in una republica, quanta laude, poiché Roma fu diventata Imperio, meritarono più quelli imperadori che vissero sotto le leggi e come principi buoni, che quelli che vissero al contrario: e vedrà come a Tito Nerva, Traiano, Adriano, Antonino e Marco, non erano necessari i soldati pretoriani né la moltitudine delle legioni a difenderli, perché i costumi loro, la benivolenza del Popolo, l'amore del Senato, gli difendeva. Vedrà ancora come a Caligola, Nerone, Vitellio, ed a tanti altri scelerati imperadori, non bastarono gli eserciti orientali ed occidentali a salvarli contro a quelli inimici che li loro rei costumi, la loro malvagia vita, aveva loro generati. E se la istoria di costoro fusse bene considerata, sarebbe assai ammaestramento a qualunque principe, a mostrargli la via della gloria o del biasimo, e della sicurtà o del timore suo. Perché, di ventisei imperadori che furono da Cesare a Massimino, sedici ne furono ammazzati, dieci morirono ordinariamente e se di quelli che furono morti ne fu alcun buono come Galba e Pertinace, fu morto da quella corruzione che lo antecessore suo aveva lasciata nei soldati. E se tra quelli che morirono ordinariamente ve ne fu alcuno scelerato, come Severo, nacque da una sua grandissima fortuna e virtù; le quali due cose pochi uomini accompagnano. Vedrà ancora, per la lezione di questa istoria, come si può ordinare un regno buono: perché tutti gl'imperadori che succederono all'imperio per eredità, eccetto Tito, furono cattivi, quelli che per adozione, furono tutti buoni come furono quei cinque da Nerva a Marco: e come l'imperio cadde negli eredi, e' ritornò nella sua rovina. Pongasi, adunque, innanzi un principe i tempi da Nerva a Marco, e conferiscagli con quelli che erano stati prima e che furono poi; e dipoi elegga in quali volesse essere nato, o a quali volesse essere preposto. Perché, in quelli governati da' buoni, vedrà un principe sicuro in mezzo de' suoi sicuri cittadini, ripieno di pace e di giustizia il mondo; vedrà il Senato con la sua autorità, i magistrati co' suoi onori; godersi i cittadini ricchi le loro ricchezze, la nobilità e la virtù esaltata; vedrà ogni quiete ed ogni bene; e, dall'altra parte, ogni rancore, ogni licenza, corruzione e ambizione spenta; vedrà i tempi aurei, dove ciascuno può tenere e difendere quella opinione che vuole. Vedrà, in fine, trionfare il mondo; pieno di riverenza e di gloria il principe, d'amore e sicurtà i popoli. Se considererà, dipoi, tritamente i tempi degli altri imperadori, gli vedrà atroci per le guerre, discordi per le sedizioni, nella pace e nella guerra crudeli: tanti principi morti col ferro, tante guerre civili, tante esterne; l'Italia afflitta, e piena di nuovi infortunii; rovinate e saccheggiate le cittadi di quella. Vedrà Roma arsa, il Campidoglio da' suoi cittadini disfatto, desolati gli antichi templi, corrotte le cerimonie, ripiene le città di adulterii: vedrà il mare pieno di esilii, gli scogli pieni di sangue. Vedrà in Roma seguire innumerabili crudeltadi e la nobilità, le ricchezze, i passati onori, e sopra tutto la virtù, essere imputate a peccato capitale. Vedrà premiare gli calunniatori, essere corrotti i servi contro al signore, i liberti contro al padrone; e quelli a chi fussero mancati inimici, essere oppressi dagli amici. E conoscerà allora benissimo quanti oblighi Roma, l'Italia, e il mondo, abbia con Cesare. E sanza dubbio, se e' sarà nato d'uomo, si sbigottirà da ogni imitazione de' tempi cattivi, ed accenderassi d'uno immenso desiderio di seguire i buoni. E veramente, cercando un principe la gloria del mondo, doverrebbe desiderare di possedere una città corrotta, non per guastarla in tutto come Cesare, ma per riordinarla come Romolo. E veramente i cieli non possono dare agli uomini maggiore occasione di gloria, né gli uomini la possono maggiore desiderare. E se, a volere ordinare bene una città, si avesse di necessità a diporre il principato, meriterebbe, quello che non la ordinasse per non cadere di quel grado, qualche scusa: ma potendosi tenere il principato ed ordinarla, non si merita scusa alcuna. E, in somma, considerino quelli a chi i cieli dànno tale occasione, come ei sono loro preposte due vie: l'una che li fa vivere sicuri, e dopo la morte li rende gloriosi; l'altra li fa vivere in continove angustie, e, dopo la morte, lasciare di sé una sempiterna infamia. |
1-10 GUICCIARDINI [Quanto sono laudabili i fondatori d'una republica o d'uno regno, tanto quelli d'una tirannide sono vituperabili.]
El titolo di questo Discorso è verissimo, perché somma laude meritano e' fondatori de' regni e delle republiche, sommo biasimo e' fondatori della tirannide. Ma perché e' casi sono vari, e lo autore confonde gli esempli, bisogna considerare che rare volte occorre che chi occupa la tirannide nella patria libera abbia tale necessitá di farlo, o, se ha necessitá, che sia causata sanza colpa sua, talmente che gli resti colore alcuno di giustificazione. E questa sorte di uomini, tra' quali fu Cesare, pieno di molte altre virtú, ma oppresso dalla ambizione del dominare, sono certo immanissimi e detestabili. È vero che qualche volta le forme delle libertá sono sí disordinate, e le cittá ripiene tanto di discordie civili, che la necessitá conduce qualche cittadino, non potendo salvarsi altrimenti, a cercare la tirannide o a aderire a chi la cerca. Nel quale caso sarebbe molto laudabile chi preponessi l'amore della patria alla salute sua particulare; ma perché questo amore o questa fortezza si desidera negli uomini piú presto che la si truovi, merita essere assai scusato chi è mosso da tale cagione, e tanto piú se el governo contro al quale va è disordinato, perché molte sono chiamate spesso libertá che non sono. Lo esemplo si può porre nella nostra cittá dove, doppo la mutazione dello stato del '26, sono stati perseguitati e conculcati alcuni cittadini buoni e bene qualificati, ed in ultimo nella venuta del principe di Oranges, necessitati o disubidire a' comandamenti fatti dalli otto di fermarsi in Firenze sotto pena [di] rebellione, o restare con pericolo di essere amazzati, ed almanco con certezza di essere sostenuti come sospetti. E' quali la necessitá ha condotti o a desiderare la mutazione di uno stato che sotto nome di libertá è tirannico e distruttore della patria, o tacitamente lasciarsi con somma ingiustizia tôrre la patria e le facultá. Chi adunche è autore nella patria libera, di una tirannide, e lo fa per appetito di dominare, merita somma reprensione; e di questi fu Cesare, Falari, Pisistrato e simili, de' quali è piú infame l'uno che l'altro, secondo che piú o manco crudelmente la usorono, e secondo che furono piú o meno ornati di altre virtú. L'altro caso è di quegli a chi la tirannide è lasciata ereditaria, che meritano manco biasimo continuando in esso, che non fanno quegli che da principio l'hanno fondata; e lasciandola meriterebbono tanto piú laude, quanto manco sono debitori di cancellare el peccato d'averla usurpata. Di questi si truova pochissimi, o forse nessuno, che sanza necessitá l'abbino lasciata; né è maraviglia, perché chi è nutrito in una tirannide non ha occhi da cognoscere quella gloria che si acquista di mettere la patria in libertá, né considera questo caso con quello gusto che fanno gli uomini privati, perché, assuefatto a quello modo di vivere, giudica che el sommo bene sia nella potenzia, e non cognoscendo el frutto di quella gloria, nessuna altra ragione gli può persuadere a lasciare la tirannide. Sanza che, el pericolo lo può ritenere, quando bene n'avessi voluntá, perché difficile è che una tirannide si sia potuta acquistare e conservare sanza molte inimicizie e sanza offesa di molti; però ridursi privato o lasciare doppo sé e' figliuoli privati, pare cosa pericolosa, massime che e' popoli sono ingrati, e le libertá nuove sono communemente piene di disordini. E se lo fece Silla è esemplo rarissimo, e lo potette fare piú sicuramente, perché el governo restò in mano degli uomini della sua fazione, in modo che non solo fu sicuro mentre visse, ma ancora, morto lui, furono conservati gli atti suoi ed avuto reverenzia alla sua memoria. È altro el caso di quelli che sono re e príncipi, o creati legittimamente, come erano e' re di Lacedèmone, come furono e' primi re romani, o che per la lunghezza del tempo sono tenuti legittimi. Di questi tali, se hanno la autoritá sciolta, si truova pure qualcuno che governa giustamente, in modo che merita el nome di essere buono principe; ma io non so quali che riduchino el regno a quella perfezione di ordini che meritamente doverrebbe essere, cioè a ordinarlo in modo che non e' figliuoli o e' piú prossimi abbino el regno per ereditá, ma che si succeda per elezione. E se in alcuno regno è stata questa instituzione, credo che ve l'abbia conservata piú qualche necessitá che la voluntá di chi ha regnato, perché troppo grande è lo amore che e' padri portano a' figliuoli, né piccolo è quello che si porta a lasciare illustre la memoria della sua casa. Però questi pensieri che e' tiranni deponghino le tirannide, e che e' re ordinino bene e' regni, privando la sua posteritá della successione, si dipingono piú facilmente in su' libri e nelle immaginazione degli uomini, che non se ne eseguiscono in fatto; anzi, quanto e' ragionamenti de' privati ne sono spessi, tanto ne sono rari gli esempli; e però meritano minore reprensione coloro che non fanno le cose, simili alle quali si truovano pochissimi e forse nessuno che abbia fatto. |